bianchetto sputafuoco

La strada è deserta, l’asfalto gracchia al soffio raso del vento tiepido. Gli edifici taciturni s’innalzano maestosi e sorvegliano la città con cento occhi grigi. Rivoli d’acqua nera scivolano dalle grondaie ai tombini attraversando incolumi sentieri piastrellati. Canyon antropici che ricordano più la morte che la vita guidano bipedi annoiati lungo percorsi predefiniti. Intrecci di roccia per anime perse, vittime di un Dedalo freddo e spietato che fa del mondo il suo labirinto.

Un’ombra compare dietro i cassonetti ricolmi, storce il naso all’odore acre e li supera in fretta. Si muove con piccoli passi instabili e sposta claudicante un’arrugginita impalcatura di ossa e tendini usurati. Indossa un pesante giaccone per compensare il metabolismo obsoleto che non soddisfa più le necessità di base. Le mani sono infilate nelle tasche, pessima mossa per qualcuno che deve l’equilibrio alla fortuna, ma vai a spiegarglielo tu. La sciarpa sbiadita scivola dalla spalla e come un pendolo scandisce il tempo infinito che il vecchio impiega a superare l’immondizia. L’odore ormai non lo sente più, ma l’espressione disgustata gli rimane appiccicata al viso, come se avesse finalmente trovato il posto più adatto a lei.

Leggero, sciolto e spensierato si affaccia un uomo all’altro capo della strada. Alto e snello cammina a passo spedito in un completo fuorimoda vagamente eccentrico. Non si cura di nulla ma va cercando con gli occhi qualcosa di perso tra i suoi pensieri. Sorride, sbotta, borbotta e sghignazza tra sé e sé scuotendo allegro i riccioli ramati. Avanza dinoccolato godendo di tutta l’ampiezza che le giunture gli consentono, pare un polipo fuor d’acqua che fa la danza del robot. Si direbbe un adulto di mezza età, ma temo sia un bambino impacciato incastrato in un costume troppo grande.

Lo vede da lontano avanzare veloce, la sagoma colorata emerge boriosa dallo sfondo grigio. Invade tutto il marciapiede mentre agita nervoso i tentacoli in un dibattito personale. Non guarda dove cammina e di sicuro urterà il povero anziano, si scuserà con finto interesse e tornerà nel suo mondo immaginario ignaro dei danni causati. Sono così i giovani, il vecchio lo sa. Non hanno idea della condanna della vecchiaia, non sanno cosa vuol dire non potersi allacciare le scarpe perché l’artrite indispone le dita a qualsiasi attività. Di fronte a questa infelice prospettiva al vecchio non resta che prepararsi all’urto: si accosta al muro, stringe le spalle e ci nasconde dentro la testa.

Lo vede da lontano avanzare lentissimo. Dondola goffo come un pinguino solitario e gli fa quasi tenerezza. La pelle avvizzita si piega verso il basso e crea due borse sgonfie dove vanno a nascondersi stanchi gli angoli della bocca. Sottili solchi incrinano la fronte come onde del mare pietrificate in un’espressione di disprezzo e delusione. Gli occhi piccoli compaiono per caso, sottili e introvabili come i buchi dei bottoni in una camicia sgualcita. L’uomo rallenta il passo e si fa più composto, torna nel mondo tangibile e si dà un tono. Stira i lembi della giacca con le mani e sposta i capelli dalla fronte. Osserva divertito l’ombra corrucciata e si prepara all’incontro.

La distanza tra i due si accorcia, il vecchio fissa il cemento ai suoi piedi e di tanto in tanto solleva lo sguardo per monitorare l’avversario. La sagoma colorata si fa via via più definita, mannaggia anche alla cataratta, ma ormai è tardi per cambiare lato della strada.

La distanza tra i due si accorcia ancora, l’uomo sorride sicuro di sé e tiene gli occhi fissi sul vecchio ingobbito. Il vecchio e il giovane stanno per incontrarsi e scontrarsi.

Il vecchio scruta l’uomo di sottecchi. L’uomo non si sposta. Pochi metri tra di loro…

…l’urto è vicino. Il vecchio trattiene il fiato, ma non l’impatto che si aspettava lo travolge.

-Ma buongiorno dottore! Come andiamo?

L’uomo si è fermato, ha accennato un inchino d’altri tempi e senza timori ha riempito il vuoto tra di loro con una voce fresca e ballerina.

Il vecchio spalanca gli occhi stupito e due bottoni color nocciola compaiono sul viso. Le onde del mare sulla sua fronte tornano ad agitarsi. Le mani escono timidamente dalle tasche e si tormentano a vicenda non sapendo cosa fare. Ma in pochi istanti torna in sé, allora apre le spalle e raddrizza la schiena, ritrova la sua statura e si fa composto, sorride di rimando e che belle che sono le borse gonfie e quasi tronfie di piacere.

-Eh, buongiorno a lei giovanotto!

Rimangono così qualche secondo, uno schizzo colorato e una macchia nera in un labirinto grigio.

Con mezza piroetta il polipo si affianca al pinguino e offre il tentacolo come farebbe un cavaliere con la sua dama.

-Che dice? Ci facciamo un bianchetto?

Il vecchio ride.

Dedalo perde.

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